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Mons. Antonio Lanfranchi |
Apertura processo p. Guglielmo Gattiani ( 1914 – 1999 ) Cesena, 4 novembre 2006
Omelia
del Vescovo |
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E’ stato scritto che “le persone sono le parole con cui Dio scrive la sua storia”. Dio ha scritto la sua storia nei cuori e nelle coscienze di tante persone attraverso quella sua parola che è stato p. Guglielmo Gattiani. Dalla gloria del cielo da cui ora è avvolto , volgendo il suo sguardo su molti che compongono questa nostra assemblea, egli potrebbe dire con S. Paolo: "La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori" ( 2 Cor. 3, 3-4 ). Lasciando che il processo canonico verso la beatificazione compia il suo corso, sentiamo anzitutto il bisogno di fare nostre le parole di Maria e di elevare il nostro Magnificat al Signore perché grandi cose ha operato per noi in p. Guglielmo e attraverso di lui. I
santi sono la traduzione concreta del Vangelo, testimoniano la sua
fattibilità. La vita del santo è facilmente decifrabile, è semplice, perché semplice è la vita del discepolo di Gesù; essa è racchiusa nella vocazione alla santità, ossia - dice il Concilio ripreso dalla Christifideles Laici- alla perfezione della carità ( Ch. L. 16 ). La santità è la perfezione della carità, l’amore perfetto. Il comandamento dell’amore, come lo illustra Gesù allo scriba che lo interpella, spiega tutta la vita di p. Guglielmo; nessun sentimento, nessun desiderio, nessuna azione, ne rimangono esclusi, tutto è racchiuso nella dedizione indivisa a Dio e nell’amore verso il prossimo. Soffermiamoci brevemente sulla domanda dello scriba: “Qual è il primo dei comandamenti?”. Questa domanda , se ci pensiamo bene, è anche la nostra; è presente in noi, magari nascosta e quasi sepolta sotto un cumulo di delusioni e di divagazioni. Lo scriba sembra soffrire per la divisione della vita: divisione tra molte occupazioni e preoccupazioni, ciascuna delle quali appare necessaria, irrinunciabile, e attendere a tutto, fare tutto bene, sembra troppo. Qual è allora il comandamento più grande , quello che in un certo senso li contiene tutti? Conoscerlo significa conoscere il centro della vita, intorno al quale raccogliere le nostre energie e i nostri giorni sconclusionati. Alla
domanda dello scriba Gesù risponde citando una parola antica e già nota :
“Ascolta, Israele, il Signore Dio è l’unico Signore. Amerai dunque il
Signore con tutto il cuore, tutta la mente e tutta la tua forza”. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, cioè in tutte le scelte del tuo cuore; poi con tutta l’anima: tutti i desideri, le speranze che nutrono la tua anima dovranno tendere anzitutto a Dio; infine con tutte le tue forze, le tue energie. In altre parole, non si tratta di mettere Dio al primo posto, come siamo soliti dire, stabilendo un’ipotetica scala di valori, in cui al primo posto Dio poi tutto il resto, vivendo una perenne tensione tra mondo di Dio e mondo degli uomini, tra amore dovuto a Dio e amore dovuto al prossimo, tra tempo dedicato a Dio e tempo dedicato all’uomo. A Dio è dovuto non il primo posto ma l’unico posto: “amerai il Signore con tutto il cuore”. Ma che spazio rimane per amare il prossimo, se Dio occupa tutto il cuore? E’ questo il paradosso del discepolo del Signore: più ami Dio, più sei rimandato all’amore del prossimo. Quando il tuo cuore è tutto per Dio, ricevi tutte le creature come suo dono per amarle con il suo stesso amore, come le ama Lui, dilati il tuo cuore sulla lunghezza, la larghezza e la profondità del cuore del Signore. “ Il secondo comandamento è simile al primo. Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Non si aggiunge al primo, quasi comandasse di fare altro, oltre che amare Dio; ma soltanto lo determina: La dedizione a Dio con tutte le nostre energie si realizza, praticamente, nella dedizione al bene di ogni uomo come fosse il fratello, l’altro me stesso, il prossimo. Amare Dio significa accettare volentieri che Dio sia Dio nella propria vita; accettare che i propri sentimenti e parole e azioni facciano posto concretamente alla volontà di Dio. E non c’è modo migliore per fare questo che amare i fratelli, come Dio li ama, facendo proprio l’atteggiamento di amore e di misericordia che Dio stesso ha nei loro confronti.
E’ utopia tutto questo? Bello,ma impossibile? Per chi lo ha conosciuto non serve una documentazione per verificarlo, per chi non ha avuto questa grazia , basta accostare qualche testimone o qualche scritto che parli di lui per rendersene subito conto. P. Guglielmo ha lasciato che Dio fosse Dio nella sua vita, rimettendola con fiducia nelle sue mani. Secondo una suggestiva etimologia medioevale “credere” significherebbe “cor dare”, dare il cuore, rimetterlo incondizionatamente nelle mani di un Altro: crede chi si lascia far prigioniero dell’invisibile Dio, chi accetta di essere posseduto da Lui nell’ascolto obbediente e nella docilità dal più profondo del cuore. P. Guglielmo è entrato nell’intimità di Dio, nelle lunghe ore di preghiera, soprattutto notturna, si è lasciato affascinare da Gesù Cristo, desiderando corrispondere al suo amore misericordioso con forme di vita sempre più radicali, nell’attuazione di una povertà integrale, prendendo come regola, come il padre Francesco il Vangelo “sine glossa”. Il Vangelo –scriveva nel 1967- è valido sempre per tutti e per tutto… ( le sue parole) bastano per risolvere tutto e per fare di tutto il mondo il nuovo Paradiso terrestre della Redenzione, più bello della creazione”. Era tanta la pienezza e la gioia che nascevano in lui dall’intimità con Dio da generare in lui la convinzione che “la terra , qualora divampasse del fuoco portato da Gesù ( cfr Lc 12, 49 ) diventerebbe il “paradiso terrestre della Redenzione”, cioè una terra plasmata , anche nelle sue realtà temporali, secondo la carità.” ( p. Berti, Alla scoperta di P. Guglielmo Gattiani,p.75). P. Guglielmo ha lasciato trasparire il fascino di una vita che, proprio perché radicalmente e totalmente aperta all’amore di Dio, si è donata totalmente ai fratelli, con l’atteggiamento di amore e di misericordia che Dio stesso ha nei loro confronti. E’ stato confessore di vescovi, di sacerdoti, di religiosi e religiose, di una schiera innumerevoli di fedeli, che si riconoscono suoi figli spirituali. Quando nell’ottobre del 1980 fu chiamato a sostituire p. Filippo come confessore nel Santuario del SS. Crocifisso a Faenza si sparse subito la voce che era arrivato un frate di una austerità che impressionava, senza spaventare, poiché era unita ad una carità e dolcezza, che la faceva dimenticare. La
sua morte è stata il suggello della sua vita, racchiudendo in sé la
dedizione indivisa a Dio e la dedizione al fratello.
Mentre ringraziamo il Signore di avercelo donato, accompagniamo questa fase
del processo che oggi si è aperta lasciando affiorare la domanda che ogni
santo deve provocare: Mons. Antonio Lanfranchi |