Intervista a FR. GUGLIELMO

 a cura di FR. CORRADO CORAZZA

Faenza, 20 novembre 1986

Come è nata la tua vocazione?

Restando nella mia fanciullezza vi trovo un episodio - potevo avere forse 7 anni e mezzo 8 - quando un giorno stavamo per metterci a tavola per il pranzo con mio papa, mio fratello, la mia mamma, i miei nonni; il papa, scherzando in maniera polemica contro i frati mi di disse in dialetto (ti purin t'avrese una carne fratina). Cosa voleva dire? Forse voleva dire, pensandoci adesso, che avendo io poca voglia di lavorare, forse mi stava bene farmi frate, perché i frati non avevano niente da fare: buffa! Ecco si lega a questo episodio il primo mio rapporto con i frati, perché di frati, lassù a Badi ne ho visto una volta uno per una predicazione ma non dissi niente. Qualche volta andavo a Porretta e lì incontravo qualche frate mentre papa andava a fare spese per la nostra botteghina di Badi. Allora si andava a spalle d'asino a fare il carico, non c'erano strade carrozzabili, solo muli, somari, cavalli e basta. Ricordo poi che venne cappellano a Badi don Pio Mazzetti un sacerdote ordinato a Bologna insieme con il nostro padre Bernardino di Santagata Feltria, manifestai a lui l'idea di farmi frate, la prese in considerazione, a me stavano dicendo cose buffe, cose sciocche sui frati che tiravano su l'acqua con un cesto, che non so quali altre bagatelle facessero, però mi ricordo bene che più me ne dicevano contro, più quest'idea questo mio desiderio si radicava nel cuore. Allora don Pio parlò con i miei genitori e propose: "Be' può andare nei frati di san Francesco, oppure di sant'Antonio oppure nei frati di san Giuseppe".
La scelta fu per i frati di san Giuseppe perché don Pio era in amicizia
col nostro padre Bernardino; per me l'uno valeva quanto l'altro. E invece il Signore mi rifilò proprio nei frati di san Giuseppe, tanto più che proprio lì a Porretta c'erano i nostri padri, c'era superiore padre Diego da Panano e allora io mi legai.
Ero molto legato in amicizia con mio cugino Primo Gattiani, orfano di papa e la mamma unita così un po' alla meglio, e allora il poverino che abitava
in Prim - una borgatina gi
ù sotto il bacino di Suviana - e quando veniva a trovarmi era una grandissima festa, eravamo come due anime in un nocciolo; dissi anche a questo mio cugino l'idea di farmi frate e allora mi rispose: "Andiamo insieme". Ci preparammo un piccolo corredo e col padre Diego, una sera - non avevo ancora compiuto nove anni - una sera forse alla fine di settembre o ottobre, non ricordo bene, partimmo in treno - avvenimento unico nella mia vita - per Faenza. Arrivammo a Faenza a sera tardi. Imboccammo la via del canale per arrivare qui in convento e una quindicina di giorni prima erano arrivati in seminario Antonio Matassoni e Mosè. Mosè, quella sera, sull'imbrunire, cadde nel canale e quando arrivammo c'era Mosè salvato dalle acque. Entrammo in refettorio che stavano cenando e ricordo, e ricordo tutta una cosa strampalata, c'erano i padri e i ragazzini eravamo circa diciotto venti, baciai la terra e mi infilarono giù fra i più giovani e vivemmo il primo anno di seminario tra tanta gioia, tutto un avvenimento, col padre Cherubino, severo, col padre Federico, simpaticissimo, ti dava degli scapaccioni solenni ma cantava, suonava, era un padre molto festoso: "Sai che quando non c'è il gatto vanno i topi a far la festa/ l'occasione che non ci resta per poterci divertir/ trallalà" questi erano i suoi canti.
C'era Arienti, devotissimo: le commedie che facemmo! Avevamo un viale giù in fondo dove ora c'è la cappella ed era una festa; il nostro divertimento era rincorrerci con i cerchi: è stato un anno pieno di gioia. Farsi frate io non sapevo casa significasse; ma in seminario quel primo anno ci stavo molto bene. Un giorno andammo al mare in corriera, una colta a Montepaolo: ragazzi festa! un avvenimento indimenticabile per i bambini tutto era grande, era tutto grande allora.
Poi io passai l'esame e fui mandato a Imola.
Mio cugino rimase qui per un altro anno e mi raggiunse l'anno dopo. A Imola entrammo nel centenario di san Francesco, il VII centenario della morte di san Francesco: 1926.
Le tre Famiglie Francescane erano in gara per chi faceva le feste pi
ù grandi e così cresceva la devozione al serafico padre. Ricordo un episodio eravamo fuori del refettorio una sera per la chiusura dei festeggiamenti e fuori c'era la banda e noi ragazzi eravamo dentro che ascoltavamo questa musica e allora mi successe una bella cosa: nel cortile c'era un pozzo nero coperto da una cassetta, io, mentre tutti giocavano alzai questa cassetta e cascai dentro: per fortuna era un pozzo nero che stavano chiudendo buttando cianfrusaglie, sicché caddi in questo cono di immondizie e subito Fulvio mi tirò su e non successe niente, perché se era pieno di sterco stavo fresco.
Bagatelle, sono solo bagatelle.
Comunque, c'era p. Antonio, direttore, Bernardino e Giuliano vicedirettori e c'era della disciplina, c'era dell'entusiasmo, c'era del fervore e ricordo che quando arrivai a Imola, venne fatto Guardiano p. Ludovico da Gambatese che veniva da Ferrara. Dopo che ebbe celebrato la prima messa da Guardiano, andammo in sacrestia a baciargli la mano: noi tutti attorno e lui - che parlava col naso - ci mostrò delle pagliuzze raccolte a Ferrara, della santa di Ferrara Veronica, la santa che vede il Signore, che è in dialogo col Signore e la Madonna: una cosa grande! E noi lì, a bocca aperta, per vedere, per toccare le pagliuzze di questa santa di Ferrara.
Siamo nel '25, e così si studiava, si pregava, si andava alla messa era tutta una cosa disciplinata, si giocava a palla avvelenata, si facevano delle Commedie.
Le commedie, che avvenimento! "I due professori" "Ivonic" padre Marco era fantastico, anche mio cugino Primo era molto bravo a fare le commedie, io non valevo una cicca,
tuttavia avevo una certa voce e quando ci fu "I diavoletti" mi fecero fare la parte
principale.
E cos
ì, pregando, studiando e giocando, si andava avanti, non era così chiara la vocazione, però c'era un intenso amore, un grande entusiasmo, un grande desiderio di seguire la vocazione, di essere perseveranti e così arrivammo all'entrata in Noviziato.
Era una cosa grande, c'erano allora che studiavano i
4 ("renaggi"?): Guidanti, Manduca, Guerra e Guzzi: studiavano retorica con padre Antonio. Noi eravamo trascinati: erano molto esigenti, ma c'era Guerra che dietro la schiena teneva il libro e leggeva.
Comunque, quando veniva il momento di andare
in Noviziato era una cosa che ci ricaricava, finché venne anche la mia volta. Ci volevano quindici anni compiuti e tornò in seminario Evangelisti Ezio, così ci preparammo ad andare in noviziato insieme il 13 novembre del 1929 partimmo: padre Giuliano, Ezio Evangelisti ed io per Cesena, mamma mia! Ci si fermò un momento dalle Benedettine dove aveva una sorella e poi salimmo, il 13 sera e il 15, l'anniversario del mio battesimo, feci la vestizione con tutto l'entusiasmo.
Vestii
l'abito: amen! basta, butta via tutto il vecchio! rivesti l'uomo nuovo, amen!
Abito nuovo, nome nuovo, vita nuova, e c'era sempre il desiderio, senza le
profondità della conoscenza ma comunque, questo istinto, questo amore, questo desiderio, questa venerazione.
E che nome vuoi? Ma? Avevo chiesto Paolo, ma c'era
già! Allora vediamo, Guglielmo, il grande cardinale Guglielmo Massaia, lo presi volentieri, con entusiasmo, l'ideale missionario mi ha sempre fatto piacere e mi ha sempre entusiasmato e così Guglielmo Massaia. Il padre Maestro mi diede il primo libro da leggere in cella parlava dei primi martiri francescani era intitolato "Barbarie e trionfi" questi primi martiri, alcuni dei quali avevano fatto il noviziato li a Montiano.
Il secondo libro che mi diede fu il venerabile Vincenzo
Strambi dei passionisti e ricordo questo particolare: durante il suo studio vedeva come attorno al suo tavolino un nugolo di bambini pratesi nel chiedere di essere istruiti e lui rispondeva: "Aspettate, aspettate che adesso mi preparo". Erano cose che mi facevano piacere, mi entusiasmavano e, un particolare del noviziato, c'era su ogni porta una sentenza - sia sulle porte de noviziato sia su quelle del convento - quindi 40, 50 sentenze.
Il padre Natale ne aveva un mucchietto di que
ste sentenze scritte in grande e gli io gli dissi: " Ma padre, per carità, me le fa vedere che le tengo un pochino; io avevo tanta voglia di impararle e allora siccome nella nostra stanzina così piccola, il letto, il tavolinino di pochi palmi, l'incerata come vetri, senza lampadine, c'era poco da leggere e da studiare la sera, e allora al lume della luna ripassavo le sentenze, le passavo, le ripassa
vo, credo d'aver imparato tutte le sentenze a memoria e di queste ne ricordo una:
"Vale più conoscere se stessi che tutti gli enigmi della natura".
Mi entusiasmavo nel leggere, nell'imparare a memoria tutte queste sentenze perché ho sempre avuto questa fame e sete di imparare; e allora il noviziato fu bello, tra (rusco e brusco) l'inverno truce, le crepe nei garretti e andavamo a scaldarci giù nello scaldatoio: c'era una gran campana, in mezzo si bruciava un cestino di canarelli e noi, tutti attorno alla campana si allungava un piede e si teneva un po' l
ì sulla fiamma e poi si passava all'altro, mentre il padre Maestro diceva le preghiere per i benefattori e diceva: "Mò che cuccagna, ragazzi, vi ricorderete questa vita così tranquilla, così senza precoccupazioni e sognerete pure!".
Sì, si, eravamo
contenti in noviziato, poi passavano i mesi e facevano le professioni scalarmente gli altri confratelli e non si vedeva l'ora di arrivare anche noi alla professione. E ci fu la prima, la seconda e la terza votazione andata bene, nonostante tutto, e così facemmo la nostra professione il 17 novembre del 1930.
Feci la prima
professione col padre Marcello e così lasciammo Cesena fra le lacrime, perché c'ero stato tanto volentieri, e fummo condotti dal padre Aurelio a Lugo dove era guardiano padre Isidoro così delicato, e direttore il famosissimo padre Leonardo, la persona più veneranda, più attaccata all'ideale che ci faceva gustare quel catechismo sulla Regola e sulle Costituzioni: padre Leonardo che ci ha innamorati dell'ideale francescano cappuccino. Padre Leonardo era laureato in Diritto Canonico e quando venni a Faenza lui era segretario provinciale e direttore degli studenti di Bologna, aveva tutte le carte in regola per una promozione straordinaria, infatti, l'anno dopo che passammo insieme con lui fu fatto Provinciale, poi Definitore Generale, poi dopo, Procuratore Generale: è morto a 52 anni. Lui era una persona simpaticissima, si adattava a tutto: allora il nostro divertimen
to, per esempio, durante il carnevale, erano i burattini; e lui intagliava le teste e preparava anche le commedie col padre Atanasio e col padre Ugolino: erano gli attori che manovravano Sandrone, Arlecchino ecc. noi si sguazzava...ci teneva desti, non permetteva che ci ingolfassimo sia spiritualmente che umanamente. Il successore di padre Leonardo fu padre Cristoforo, ma io sentivo molto la mancanza, gli volevo un gran bene, avevo per lui una grande venerazione e mi sentivo pure molto amato da lui. Dopo i due anni di professorio c'era padre Filippo che era il più anziano, Fiorenzo il secondo io, di nove, ero il più piccolo, subito prima di me c'era padre Marcello, padre Biagio, suo fratello Samuele, eravamo dieci, perché Samuele poi è morto a Forlì. E così, dal professorio che ora un post-noviziato fatto molto bene, con fervore, ci alzavamo tutte le notti per fare tutte le nostre pratiche; adesso col Vaticano II abbiamo dato un colpo di convinzione, queste mortificazioni, tutte queste vigilie dei nostri santi e beati fatte mangiando in ginocchio, disciplina, digiuni, questa quaresima dei santi, questa quaresima benedetta, quaresima grande, quanto pane si può mangiare? Pesi, pesi! Bé, cinque pezzettini si possono mangiare; non c'era quello stile di mortificazione profondo, però erano cose fatte con convinzione volentieri, per il Signore, pensando che san Francesco aveva la sua vita tutta inanellata con una quaresima attaccata all'altra, e allora noi, piccolini, cercavamo di seguire le sue orme.

 
Quando si è definitivamente chiarita la tua vocazione?

Seguendo questa vita allora così attaccata alle tradizioni fondate sulla Costituzioni Cappuccine. La nostra riforma cappuccina, sorta proprio come fedeltà assoluta alla Regola, non solo ai precetti ma anche ai consigli, per questo non facciamo distinzione fra precetti e consigli, per chi segue l'ideale tutto è grande, anche le cose più piccole diventano grandi: prima di fare la professione a Cesena, si studiava la Regola a memoria, e anche tutto il testamento di san Francesco e si ripeteva a memoria anche durante gli esercizi spirituali che ci voleva un grande amore per tutte le espressioni della santa Regola e questa grande devozione al Papa: prometto obbedienza al signor papa Onorio e a tutti i suoi successori canonicamente entranti: questa austerità nel vestire, questi digiuni, questa fedeltà all'Ufficio Divino, questo entusiasmo per le missioni: "e se qualcuno vorrà andare nelle missioni domandi, e se sarà trovato degno ci vada" e così si chiariva la vocazione di giorno in giorno, sempre da poverino, ma però questo attaccamento che non ha conosciuto mai vacillamenti, la vocazione, la fedeltà è stata sempre superficiale, ma però l'amore alla vocazione è sempre stato tanto grande e cresceva sempre, e allora così dei tre anni di liceo ricordo molto, leggevo la vita di san Gabriele dell'Addolorata, la vita del santo curato D'Ars, e la vita di tutti i nostri santi, "Felici fratelli", dove si trovavano queste belle figure dei nostri santi e beati cappuccini; san Crispino, san Serafino da Montegranaro: come ha fatto lui a salire alla perfezione? mi ricordo bene, me la legai al dito che san Serafino non sapeva fare una "o" neanche col bicchiere: me la sono letta e riletta quella vita: il fratello di san Serafino era molto bravo a lavorare, invece lui era fragilino, non ce la faceva a portar su le caldarelle lui, il fratello faceva il muratore e lui il manovale, passando davanti alla casa sentiva una ragazzina che leggeva le vite degli eremiti, e allora si fermava ad ascoltare e pieno di entusiasmo diceva:" Anch'io voglio andare fra gli eremiti". Manifestò questo desiderio ma gli dissero: "Ci sono i Cappuccini!".
Venne ai cappuccini e fece domanda. "Cosa sai fare? - gli chiesero - sai fare questo?", "No"; "E quest'altro?" "No". "Ma allora non sai fare niente". "Ma io so la corona e il crocifisso e con questi due elementi spero di arrivare un giorno a farmi santo". E allora come gli capito? Andò a finire che non sapendo fare niente guastava tutto: botte da orbi da destra e sinistra, dai grandi e dai piccoli, tanto che si avvilì e voleva scappare e Gesù lo attirò: "Ecco, rinnega te stesso, prega per chi ti perseguita, recita un bel rosario per chi ti perseguita"!
Cominciò a fare così e salì in orbita e quando arrivò ai 50-60 anni tutti cercavano fra Serafino: non cercavano il Provinciale, il Generale, il teologo, il professore ecc.. Cercavano Serafino. Allora il Guardiano riflette su questo fraticello che non valeva un fico secco ma ricercato da tutti, e gli chiese: "Mi puoi dire per obbedienza quello che ti è successo" e fra Serafino raccontò la sua vicenda con Ges
ù: è il Signore che fa dei più piccoli dei capolavori se sono docili.
Quando san Lorenzo da Brindisi passò lì dalle Marche lo vide questo fraticello anziano; quando propose un gruppo per le missione e san Serafino disse "anch'io, anch'io" ma Lorenzo lo respinse senza convinzione.
Pass
ò in un altro momento una donna con un bambino; gli si presentò, e Lorenzo - era il Generale dell'Ordine il grande Lorenzo da Brindisi che conosceva a memoria tutta la Bibbia nella lingua originale - dunque, Lorenzo si sentì avvicinare da questa donna che gli chiese: "C'è ancora là in quel convento il frate che risuscita i morti?"; "Il frate che risucita i morti? Ma chi è?".
Passa il Generale in Visita, c'è un frate che risuscita i morti e non gli dicono niente: sarà possibile?
Era san Serafino. Ecco, a Forlì leggevo le vite di questi nostri santi e mi commuovevo e mi entusiasmavo e volevo convertirmi, convetirmi: il fatto sta che è sempre convertirsi ma mai attuarsi questo grande stupendo impegno di essere tutto del Signore sulle orme di san Francesco e di questi bellissimi santi: una serie di fratelli in gara nell'esperienza sublime della santità.
Questi furono gli anni del liceo. Arrivammo a Bologna: che entusiasmo arrivare in Teologia: teologia mi piaceva molto ma greco e latino mi hanno sempre dato da fare, cercavo di studiare, arrivavo anche ad essere promosso, ma che trepidazione! La teologia mi piaceva molto perché ti tuffava nel Signore. La Storia della Chiesa, i santi Padri: tutte cose stupende, mi trovavo a mio agio. Ben presto, da settembre all'11 novembre, giorno del mio compleanno, si bruciava il periodo della professione semplice - ci volevano 21 anni per quella solenne - chiesi però per devozione alla Madonna, per mettere sotto la sua protezione la mia vocazione, la mia consacrazione, io piccolino e fragile sotto la protezione di questa santa Madre chiesi di rimandare la Professione Solenne all'8 dicembre, e quel giorno feci la professione solenne, scrissi anche al caro padre Leonardo che era Definitore Gènerale e lui mi mandò un bellissimo santino di un crocifisso a mezzo busto del Guido Reni con queste parole: "Per la vostra Professione Solenne, mistica crocifissione in Cristo, queste parole dell'imitazione di Cristo che desidero portiate scolpite nel
vostro cuore:
In cruce salus, in cruce vita, in cruce protezio ab vostribus, in cru
ce infusio supernae soavitatis, in cruce robur mentis, in cruce gaudium spiritus, in cruce summa virtutum, in cruce perfectta sanctitatis" queste furono le parole che mi scrisse in questo santino del crocifisso.
Allora, l'altro giorno quando siamo arrivati a 50 anni da quella famosa Professione Solenne alcune persone insistevano: "Vogliamo fare un ricordino: ecco qui un sacco di santini, scegli, scegli; ecco, che parole mettiamo?".
E io a cercare di smaltire questa idea, ma loro tornarono alla carica e alla fine dissi: "Se proprio volete fare un santino, mettete il nostro crocifisso, e dietro ci rimettete le parole precise che il padre Leonardo mi scrisse; fra Leonardo da Marcato Saraceno a fra Guglielmo da Badi mettete, e poi traduciamo".
Così ho riportato queste parole - Santuario del SS. Crocifisso di Faenza, 8 dicembre 1985 - fr.Guglielmo Gattiani, cappuccino, nel 50° di Professione Solenne: Niente altro desidero, nient'altro voglio e imploro con Maria Santissima, san Francesco e tutti i santi a gloria di Dio per te, prega tanto per me perché finalmente incominci a vivere da vero consacrato questo mio ineffabile e divino ideale della croce. In Gesù crocifisso sta la salute, nella croce è la vita, nella croce è la difesa dai nemici, nella croce è l'infusione delle celesti dolcezze, nella croce è la potenza del pensiero, nella croce il gaudio dello spirito, nella croce tutte le virt
ù, nella croce la perfezione nella
santità.
Così feci la Professione solenne nel 1935 a san Giuseppe a Bologna, e vidi anche mia mamma che avevo visto solo alcuni anni prima quando ero a Lugo. Allora c'erano queste scadenze, si andava poco in famiglia, io sono venuto via da Badi nel 1924, vi sono ritornato la prima volta nel 1938 per cantare la Prima
Messa il 26 maggio, per la festa dell'Ascensione salii su a Badi dopo tanti anni.

C'era questa austerità che adesso definiscono pazzia, definiscono crudeltà, comunque c'era questo stile, non bisogna condannare queste usanze del passato, ma pensare che se hanno dato tanti santi vuoi dire che vissute sul serio portavano in orbita, era il carburante che ti lanciava in orbita.
Adesso avendo per
duto lo spirito ci fan ridere, avendo perduto lo spirito che animava le cose grandi, queste stesse cose grandi ci fanno ridere. Ricordo la preparazione all'ordinazione, questa tonsura, la preparazione agli ordini minori, ognuno scandiva la vocazione francescana e la tradizione cappuccina, la preparazione al sacerdozio. Si faceva tutto con molto entusiasmo, molto desiderio, molta con
vinzione: tra mille innumerevoli difetti c'era questa passione d'essere meno indegno dell'ideale; e quando si avvicinava l'ordinazione sacerdotale, ricordo che mi presi un gran pezzo di carta lungo "una biscia" e vi segnai 100 giorni dall'odinazione sacerdotale e ci misi in cima "motus in fine velocior" e "crescite unte" il fervore e l'impegno deve crescere man mano che si procede.
E co
sì scrissi 100 giorni, e poi dopo , 99 giorni, 98 giorni. Vivevo proprio le parole che erano l'ideale di papa Giovanni, io le vivevo ed erano queste le parole: "Insegnaci Signore a contare i nostri giorni finché giungiamo alla sapienza del cuore" mi ricordo che padre Natale diede ad ognuno un regalino in preparazione all'ordinazione e a me diede un libro "Alla conoscenza di se stesso" e di questo libro ricordo questa frase: "Semina un atto e raccoglierai un abito, semina un abito e raccoglierà un carattere e raccoglierai un destino" erano cose che mi facevano molto bene, come mi faceva bene quando si studiava Dante: ma come si fa ad arrivare lassù in cima?
Ah! ci sono tre terzine che sono un programma di
ascetica e di vita spirituale, di ascensione; "questa montagna è tale che quant uomo più va su e men fa male" imparate, imparate pure a dimenticarla . ..sono tre terzine da studiare.
E anche il Manzoni, i Cappuccini e la peste, padre Cristo
foro ... si imparavano brani e brani a memoria di queste figure che ti animavano e ti facevano capire la grandezza dell'ideale per cui desideravo di rivivere e di convertirmi a questo ideale cosi grande e così bello di essere totalmente del Signore e imparare a portare al Signore tutti i fratelli, e così fummo ordinati sacerdoti in 9 nella nostra chiesa di san Giuseppe a Bologna da mons.Menegazzi il 22 maggio del 1938, padre Filippo il più anziano ed io il più giovane della squadra.

 
Vi è stato un impatto fra l'ideale e la realtà della tua vocazione?

 

Un impatto autentico tra l'ideale e la realtà della mia vocazione non c'è mai stato e non c'è, e il Signore bisogna che faccia un miracolo grosso, più grosso di quello della risurrezione di Lazzaro perché dia fuori questo impatto è una cosa troppo grande, troppo bella! L'ideale infinitamente grande: Gesù, ogni parola di Gesù, Gesù crocifisso, san Francesco, san Lorenzo, san Fedel da Sigmaringa, san Giuseppe da Leonessa, san Leopoldo, padre Pio, padre Mariano: che ideale! e che impatto rivivere e incarnare questo ideale. Quindi l'impatto non c'è mai stato.

 
Quali sono stati i momenti più belli e quelli più difficili della tua lunga esperienza?

 

I momenti più belli sono stati quando, appena appena mi sono più impegnato a vivere il mio ideale, e quando appena appena mi sono un po' incantante e addormentato e allora le cose si sono fatte più difficili, sì, sì. E certamente abbiamo avuto tempi difficili: dopo l'ordinazione fui mandato qui per un anno a Faenza coi seminaristi, dopo un anno fui mandato a Lugo coi seminartisti più grandi, e dopo un anno da Lugo fui passato a Ravenna dove pure avevamo un piccolo seminario e c'era là padre Gesualdo era lì seminaristino a Ravenna. I momenti più belli sono stati quando appena fatta un po' d'esperienza dell'ideale con Gesù, nella lettura della vita dei nostri santi, col desiderio di rivivere i nostri santi. Questo ripensare ogni volta di voler essere di più del Signore, e allora, sono stato più contento: ecco: "Mio Dio, mio tutto" è vero, perché mettersi nella strada come la nostra, così bella e sublime e viverla appena, ecco cosa viene fuori; viene fuori come se uno vuol fare il corridore, quando la bici va' proprio spedito, deciso è in testa. E allora ricordo, i momenti più belli sono stati quelli in cui ho sentito e desiderato di vivere l'ideale di san Francesco e dei nostri santi. Mi ero fatto il programma: san Francesco, tutti i nostri santi e l'Eucaristia; poi i nostri santi e la devozione alla Madonna; i nostri santi e l'umiltà, e la povertà e l'obbedienza; ad esempio i proponimenti di san Fedele da Sigmaringa sull'obbedienza sono stupendi, stupendi, me li ero scritti tutti e, scrivendo queste cose, non le scrivevo tanto per sport, me le scrivevo proprio per sentirmi animato nella devozione alla Madonna, al Crocefisso, a vivere l'ideale, ecco, questa tensione ad essere più perfetto c'è stata, questo desiderio di conversione c'è stato e man mano che c'era ed era vissuto c'era in me una soddisfazione grande, una contentezza straordinaria in proporzione, sia positivamente che negativamente.
Questa parola "conversione" mi è sempre fiorita
sulle labbra perché l'ho avuta nella mente e nel cuore però invano, invano.
Quando ho letto la traduzione uscita di pugno del nostro grande don Bonifacio,
adesso è anziano e svanito poverino, è a Cesena; mi diede proprio il fascicolo della traduzione di suo pugno con la sua bellissima calligrafia san Atanasio che scrive la vita di sant'Antonio abate. E allora mi son trascritto quelle famose parole che Atanasio usa per lodare il pensiero singolare di Antonio abate: "Egli (s.Antonio abate) teneva questa massima veramente originale, che il progresso nella virtù non si misura col tempo né con la separazione dal mondo, ma con l'intensità del desiderio e la saldezza del proposito, considerando ogni giorno come fosse il principio della vita scelta, sforzandosi di progredire con maggior fervore - secondo Paolo - 'non penso più a ciò che mi resta alle spalle, mi do tutto a quello che mi sta davanti ricordando ciò che mi dice il Signore al cui cospetto oggi mi presento".
Queste cose mi sono piaciute e mi hanno dato gioia, e, nonostante non le vivessi mi sono servite per ridestarmi nell'ideale di incominciare ogni giorno come faceva Antonio abate all'et
à di cent'anni. A 104 anni, dopo aver vissuto per vent'anni segregato a imparare a memoria la Bibbia e aver creato un fiume di anime eroiche, a 104 anni voleva convertirsi ogni giorno e ricominciare da capo. Quindi io? manco... e, volevo proprio, desideravo proprio come desidero ancora, ma sempre con la bocca mai con convinzione, la convinzione comporta tutta una coerenza profonda nel vivere che io non ho.
Quan
do sono stato a Cesena, facevo conto di insegnare ai novizi; mentre insegnavo ero convinto di quello, pi
ù che insegnare a parole volevo insegnare seguendo, condividendo; c'era d'andare a passeggiare ci andavo, c'era da lavorare, lavoravo. C'è poi questa esperienza di Gesù, questo Gesù vivo in mezzo a noi; noi abbiamo la fortuna che ebbe la Madonna per 30 anni di vivere accanto a Gesù; e quando per un momento mi fermo a pensare che abbiamo Gesù in mezzo a noi, colui che ha creato il cielo e la terra, è qui sotto le speci sacramentali: questo è il paradiso in terra, e il paradiso è a nostra disposizione. Per questo è una disgrazia la televisione, perdere cinque minuti alla televisione è proprio una disgrazia, quando abbiamo Gesù in mezzo a noi che cos'è la televisione? Sapere notizie e notizie ... tutta cianfrusaglia!
Abbiamo Gesù in mezzo a noi è questa
la cosa grande infinitamente grande e bella che bisognerebbe approfondire. Quando ero a Cesena coi novizi ricordo che il nostro desiderio era pensare a tutti, pregare per tutti, benedire tutti i fratelli del mondo che furono, sono e saranno, e vivere "per" ciascuno e per tutti e tutti per ognuno.
San Francesco si con
sumava nel desiderio di portare il Signore a tutti, ai saraceni; a allora dobbiamo coltivare questa grande felicità di portare Cristo.

L'esperienza che ho fatto nei sei mesi che ho passato in Terra Santa è stata bellissima; quattro mesi e mezzo li ho passati a Gerico con don Giuseppe Dossetti e i suoi Fratelli che la mattina alle 3 e mezzo, regolarissimi e puntualissimi cominciavano l'Ufficio Divino; io alle due, due e mezzo, ero già in piedi per prepararmi.

Fu un'esperienza di preghiera bellissima, poi la Provvidenza mi catapultò da Gerico a Nazareth. Andai da Tiberiade a Nazereth a piedi, volevo fare l'esperienza del viaggiare di Gesù con gli apostoli di notte. A Nazareth stetti per 40 giorni all'ospedale dei Fatebenefratelli e anche lì fu una delizia: celebravo la messa la mattina per tutta la comunità e poi dopo ero sempre libero di rimanere in cappella o in ospedale: non avevo malinconia, non avevo nostalgia, ero sempre con il Signore.

Ho imparato dai Fatebenefratelli ad apprezzare la Bibbia; lessi il libro di Magrassi "Bibbia e preghiera" impariamo a conoscere il cuore di Dio attraverso la parola di Dio.

Ci interessa sapere tutto quello che la televisione dice, e non pensiamo che abbiamo Gesù in mezzo a noi nel tabernacolo, abbiamo la parola di Dio, non ci interessa, ma che roba!

 
Qual è il più grande desiderio non ancora attuato?

 

Un bella conversione, incominciare ad amare veramente il Signore e portare a Lui tutte le anime della terra.

Non sono ancora convertito. A Gerico ho scritto delle parole furibonde sulla conversione.

Era la festa di san Gaetano da Thiene. Oh, ragazzi, mi sono scritto qui nella bibbia quelle parola là di san Gaetano, sacerdote 1480-1547: dopo una lunga lotta contro il senso d'indegnità che lo afferra, verme e fango in presenza del paradiso e della SS.Trinità. Con mani impure io oso trattare la luce del sole, il creatore del mondo, che profonda cecità! Penso sempre due cose che sarebbero di sollievo al mio dolore: allontanare la mano audace dal sacro altare, indegno di un'opera così grande o dispensatore di tesori divini come sono divenire così umile da poter compiere questa azione. Ricevo ogni giorno colui che dice: "impara da me che sono mite e umile di cuore" eppure non cesso di essere superbo, ricevo la fonte della luce e la via, odo dirgli "io sono la via" eppure non prendo la strada del cielo e la fuga dal mondo: arde nelle mie mani e nella mia bocca quel fuoco di cui fu scritto: "venne a mettere il fuoco sulla terra" tuttavia nel mio petto si fa sempre più duro il ghiaccio e la pigrizia. Ecco quanto scrisse san Gaetano. A Venezia, nell'ospedale degli incurabili e nella città di Venezia, sparse un gran fuoco dell'amor di Dio. Abbracciava i moribondi con tanta tenerezza che la morte prima e poi la sepoltura, dovevano strapparglieli a forza, li bagnava di lacrime, li riscaldava come il più tenero figlio, la maggior pena volendo servire totalmente tutti ognuno non pativa di dividersi in tanti. Tutti per ognuno, ognuno per tutti; in ognuno tutti, questo vorrei realizzare, volevo, mi sono proposto sempre, ma ... io sono contento quando porto questo sentimento nell'attualità, come dicevano le nostre Costituzioni a commento del V capitolo: "con attuale continuo intenso e puro desiderio servire il Signore".

Ecco il più grande desiderio non ancora attuato, la conversione. Pregare con la preghiera e il cuore, celebrare rivivendo la passione del Signore, amare e incontrare le anime, sì, col cuore di Gesù.

 
Che significato ha per te spendere la vita giorno e notte per le numerose persone che vengono qui al Crocifisso a cercarti?

 

Ero a Nazareth quando ricevetti un espresso in cui si diceva che i nostri confratelli padre Filippo, che era qui al Crocifisso da 31 anni, padre Graziano e padre Ivo, in viaggio verso la casa della Madonna erano rimasti uccisi in un incidente stradale in Jugoslavia. Ebbi un tuffo nel cuore, e mi convinsi che sarei venuto qui a Faenza a prendere il posto di padre Filippo.

Quando tornai a casa, dopo sei mesi, eravamo nell'ottobre dell'80 a Roma e vidi un manifesto "Il Papa celebra in piazza san Pietro a conclusione del sinodo sulla famiglia". Vi andai, arrivai in piazza che il Papa stava parlando alla messa, arrivato alla consacrazione incominciò a piovigginare, arrivati alla comunione cominciò a piovere, fatta la comunione cominciò a diluviare, per cui abbandonammo la piazza e ci rifugiammo sotto il colonnato. Poi prendemmo il treno e tornammo a Bologna. A Bologna mi recai dal Provinciale a prendere l'Obbedienza e il padre Provinciale mi propose un po' imbarazzato di venire qui a Faenza, e già il mio cuore era disposto sicché lasciai Cesena e la sera del 18 ottobre 1980 venni qui a Faenza. Ha avuto molti dispiaceri? mi chiedevano, ma, si vede che ho il cuore di pietra, perché non ho sofferto per niente. Io dico sempre questa preghiera che ho imparato a Gerico: "Rapisci con la forza del tuo amore la mia mente e il mio cuore da tutte le povere cose, avvenimenti e luoghi e persone della terra; alla contemplazione di te o Padre con la mente di Gesù, a volere quello che vuoi tu, come, quando e finché lo vuoi tu, con la volontà di Gesù e della Madonna e di tutti i santi, ad amare col cuore di Gesù nello Spirito Santo fino a consumarmi e morire d'amore per Te come tu permetterai per ogni fratello della terra che fu, che è e sarà fino alla consumazione dei secoli".

Ecco, con questo sentimento ho lasciato Cesena come non ci fossi mai stato e ho rinunciato a Lagrimone come non ci fossi mai andato. A Lagrimone ci sono andato per dieci anni tutti i mesi con l'autostop per vivere la povertà integrale al servizio della carità universale come san Francesco come io non l'ho vissuta. E il Signore mi ha tolto da quella realtà così grande e sublime ma non vissuta, e mi ha dirottato qui ai piedi del crocifisso; il padre Provinciale me lo propose ed io accettai: basta.

E qui avrei bisogno di fare una grande esperienza, me la vado proponendo.

Intanto desidero chiarire questo: qui c'è stato padre Filippo per 31 anni, io sono venuto mica con la pretesa di far meglio del padre Filippo, anzi, io so che padre Filippo aveva una fede che  spostava le montagne e che ha servito i fratelli giorno e notte: tutte le sere usciva, tutto il giorno era qui a disposizione, quindi io ho preso un posto indegnissimamente, sì e non è che mi preferisca minimamente a lui, io preferisco lui e anche i miei confratelli, anzi in questi giorni che sono ammalato sono contento che vanno da loro che sono tanto bravi, però, io vorrei questo, e l'ho chiesto, ma l'ho chiesto poco, verrei chiederlo come insegna san Bonaventura "Nell'itinerario della mente in Dio" san Bonaventura insegna come tutti sono chiamati alla contemplazione statica, ogni uomo, ogni donna è chiamato alla realizzazione dell'esercizio della contemplazione mistica: non è un privilegio riservato a pochi, è un dono promesso a tutti, è questa la dolcezza mistica segretissima nessuno la conosce se non chi la riceve, nessuno la riceve se non chi la desidera, nessuna la desidera se non chi è infiammato fin nelle midolla del fuoco dello Spirito Santo. San Bonaventura lo concepisce alla Verna vedendo come san Francesco aveva vissuto l'ideale del crocifisso tutti i giorni nella mente e nel cuore, nello spirito di penitenza e di dedizione totale al Signore e ai fratelli, viene dal Signore premiato con le stimmate nelle mani e nei piedi e nel costato: un crocifisso stampato proprio. E allora san Bonaventura concepisce che ogni persona può e deve salire a questa vita sublime, se si mette a disposizione la può realizzare però occorre approfondire questa contemplazione e allora io chiedo qualche volta, e devo chiederlo sempre, contemplo qualche volta, e bisogna che impari a contemplare sempre, questa immagine stupenda di Gesù Crocifisso. Bisogna che diventi un contemplare questa immagine come la Madonna, come san Giovanni e le pie donne sul calvario, come san Francesco alla Verna, come il beato Bernardo da Corleone al quale dicevano: "Impara e leggere e scrivere, impara" e lui rispondeva: "No, no, mi basta il crocifisso: sto volentieri dove c'è una chiesa nostra e un bel crocifisso".

Ecco così, vero, vorrei imparare a stare ai piedi del crocifisso a perorare la causa di ciascun anima, per me è gioia, non mi stanco mai a stare dalla mattina alla sera davanti al crocifisso, non perché io sia la persona più brava, la persona più umile, desidero solo aiutare le anime.

 
Cosa diresti a un giovane che ti domanda di farsi frate?

 

Prima di tutto è difficile oggi trovare un giovane che ti faccia questa domanda, c'è troppo sbandamento, c'è perversione, questi mass media hanno portato lontano dalle cose grandi e profonde, questa presenza di Dio in mezzo a noi: è adorabile il Verbo fatto carne in grembo a Maria; altrettanto il Verbo fatto parola nella scrittura e nel Vangelo: il Verbo di Dio fatto Eucaristia sull'altare.

Se un giovane approfondisse appena e facesse un po' l'esperienza di queste realtà, gli verrebbe fuori questa fame e sete. Giovanni Bosco diceva che il 50% dei giovani ha la vocazione, ma adesso io direi che non ci siamo proprio, siamo troppo immersi nel materialismo, siamo secolarizzati, paganizzati, non c'è né capo né coda nella massa dei giovani, vederli fare le cose più banali e bruciare la propria esistenza.

L'altro giorno venne qui un ragazzo di 17 anni: "Sono stomacato della vita", ma si capisce, quando non c'è né capo né coda secondo il piano del Signore, la vita che cosa è mai? E quindi avere il desiderio di consacrarsi al Signore: l'ho incontrato io in questi 5 anni un giovane che mi abbia fatto questa domanda? Mi pare proprio di no.

Se trovassi un giovane che mi pone questa domanda gli direi: "Se tu ti senti, non puoi trovare niente di meglio nella vita che rinunciare a tutto per il Signore e seguire l'ideale di san Francesco che è valido oggi come era valido a quei tempi e trascinò dietro a sé una turba e fece tre famiglie stupende di santi. E oggi quanto più il mondo si è superficializzato, egoista e materialista, tanto più è valido l'ideale di san Francesco".

 
Ti senti più apprezzato dalla gente o dai frati?

 

Io non merito nessunissimo apprezzamento da nessuno, però mi vogliono tutti un gran bene.

I confratelli mi dovrebbero prendere a calci per trattarmi come merito, invece sono troppo buoni, troppo buoni; io ci sguazzo a pensare alle virtù dei miei confratelli, a Cesena mi sono compiaciuto a nel contemplare le virtù del mio padre Pacifico, del padre Quintiliano ecc.

E qui a Faenza, come sono bravi! Prima c'era padre Claudio, così profondo, una biblioteca ambulante, adesso c'è padre Gianmaria che sa fare tutto anche il medico, ed è così caritatevole, il mio padre parroco, quanto zelo, com'è attivo, come cura i suoi giovani!, come coltiva la catechesi!

Io non finisco mai di contemplarne le virtù. Il mio padre Marco che è così nel desiderio di aiutare i suoi giovani così lontani, come ci soffre, e allora io godo nel vedere che con il padre parroco sono un cuor solo e un'anima sola, guai se ci fosse una scissione, allora non si costruisce più, invece io cerco nel mio piccolo di tenere questa compattezza. I miei confratelli sono belli tutti: il mio Lorenzo che ha tenuto una relazione epistolare con Nenni e ha i suoi "seminaristi" là del carcere. Il mio Corrado che è qui e vive questi problemi vocazionali in maniera profonda, come papa Paolo VI, il papa Giovanni non era capace di star serio, papa Paolo VI viveva in maniera così drammatica questi problemi da non essere quasi capace di sorridere, e il nostro frate Corrado vive in maniera forte e lacerata queste cose negative, questa nostra superficialità. I miei fratelli mi vogliono troppo bene, mi sento di amarli ma sono troppo buoni con me.

La gente ... troppo ... via, via.

 
Come trovi il tempo per pregare e per dormire?

 

Pregare: il fatto di stare con i fratelli che reggono i più piccini, la delizia il bambino Gesù; Lorenzo quando vedeva un piccolino in braccio alla mamma si commuoveva fino alle lacrime: che pregare davanti ai piccolini! Ecco questo vivere tutti i problemi delle mamme e delle famiglie, avvicinare le anime, ascoltare questi poveri anziani, questi caricati di sofferenza, il richiamare tutti all'amore infinito di Dio padre che ci ha mandato suo Figlio Gesù a morire sulla croce. Ma no, non vi fate handicappare dal malocchio! mettete a confronto le forze del male con quelle del bene. Le forze del male sono come una lucciola, le forze del bene sono come il sole: questo è il mio pregare, mentre avvicino le persone io mi sento felice quando prego lo Spirito Santo per ognuno e mi sento realizzato, non mi stanco. Mi dicono i confratelli: "Ma basta, mandali via", ma queste persone vengono da chissà dove, come posso mandarle indietro senza dire una parola buona!

E alla sera devo star sveglio per pregare per tutti quelli che sono venuti durante il giorno - non ho bisogno di prendere le pillole per dormire - il mio problema è diverso, stare sveglio per pregare.

Quando venni qui io chiesi: "Adesso dovrò benedire per tutti i giorni, datemi almeno la messa libera in modo che io possa celebrare per ognuno la mia santa messa: tutta per te. La messa non è una ciambellina se lo fosse siamo in due: metà per uno; siamo un milione ne viene un pezzettino che non si vede neanche. No la messa; ci da l'idea della messa il sole, il sole è tutto per ognuno: siamo due, siamo due milioni, siamo due miliardi, ognuno se ne prende quanto vuole e ne avanza sempre, non ce lo rubiamo."

La santa messa è delizia tutta per il mio padre Claudio, per il mio padre Corrado tutta per ognuno è la santa messa e allora si sta bene dal Signore e poi celebrare ogni mattina regolarmente la santa messa sviluppando la liturgia della Parola, è una delizia, ma certo che avrei bisogno di convertirmi, cominciare a vivere la messa dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina con ognuno, quanta è una cosa grande! convertirsi alla santa messa, vivere il santo rosario.

 

Faenza,  20 novembre 1986