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Intervista a FR. GUGLIELMO a cura di FR. CORRADO CORAZZA Faenza, 20 novembre 1986 |
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Restando
nella mia fanciullezza vi trovo un episodio - potevo avere forse 7
anni e mezzo 8 - quando un giorno
stavamo per metterci a tavola per il pranzo con
mio papa, mio fratello, la mia mamma, i
miei nonni; il papa, scherzando in maniera
polemica contro i frati mi di disse in
dialetto (ti purin t'avrese una carne fratina). Cosa
voleva dire? Forse voleva dire, pensandoci adesso, che avendo io poca voglia
di lavorare, forse mi stava bene farmi frate, perché i frati non avevano
niente da fare: buffa! Ecco si lega a questo episodio il primo mio rapporto
con i frati,
perché
di frati, lassù a Badi ne ho visto una volta uno per una predicazione
ma non dissi niente. Qualche volta andavo a Porretta e lì incontravo qualche
frate mentre papa andava a fare spese per la nostra
botteghina di Badi. Allora si andava a
spalle d'asino a fare il carico, non c'erano strade carrozzabili, solo
muli, somari, cavalli e basta. Ricordo poi che venne
cappellano a Badi don Pio Mazzetti un sacerdote ordinato a Bologna insieme
con il nostro padre Bernardino di
Santagata Feltria, manifestai a lui l'idea di farmi frate, la prese in
considerazione, a me stavano dicendo cose buffe, cose sciocche sui
frati che tiravano
su l'acqua con un cesto, che non so quali altre bagatelle
facessero, però
mi ricordo bene che più me ne dicevano contro, più quest'idea questo mio
desiderio si radicava nel cuore. Allora don Pio parlò con i miei genitori e
propose: "Be' può andare
nei frati di san Francesco, oppure di sant'Antonio oppure nei frati di san
Giuseppe". |
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Seguendo
questa vita allora così attaccata alle tradizioni fondate sulla Costituzioni
Cappuccine. La nostra riforma cappuccina, sorta proprio come fedeltà
assoluta alla Regola, non solo ai precetti ma anche ai consigli, per questo
non facciamo distinzione fra precetti e consigli, per chi segue l'ideale
tutto
è
grande, anche le cose più piccole diventano grandi: prima di fare la
professione a
Cesena, si studiava la Regola a memoria, e anche tutto il testamento di san
Francesco e si ripeteva a memoria anche durante gli esercizi spirituali che
ci voleva un grande amore per tutte le
espressioni della santa Regola e questa grande devozione al Papa:
prometto obbedienza al signor papa Onorio e a tutti i suoi successori
canonicamente entranti: questa austerità nel vestire, questi digiuni, questa
fedeltà all'Ufficio Divino, questo entusiasmo per le missioni: "e
se qualcuno vorrà
andare nelle missioni domandi, e se sarà trovato degno ci vada"
e
così si chiariva la vocazione di giorno in giorno, sempre da poverino, ma
però questo attaccamento che non ha conosciuto mai vacillamenti, la
vocazione, la fedeltà è stata sempre superficiale, ma però l'amore alla
vocazione è sempre stato tanto grande e
cresceva sempre, e allora così
dei tre anni di liceo ricordo molto,
leggevo la vita di san Gabriele dell'Addolorata, la vita del santo curato
D'Ars,
e la vita di tutti i nostri santi, "Felici fratelli",
dove si trovavano queste belle figure dei nostri santi e beati cappuccini;
san Crispino, san Serafino da Montegranaro: come ha fatto lui a salire alla
perfezione? mi ricordo bene, me la legai al dito che san Serafino non sapeva
fare una "o" neanche col bicchiere:
me la sono letta e riletta quella vita:
il fratello di san Serafino era molto bravo a lavorare, invece lui
era fragilino, non ce la faceva a portar su le caldarelle lui, il fratello
faceva il muratore e lui il manovale, passando davanti alla casa sentiva una
ragazzina che leggeva le vite degli eremiti, e allora si fermava ad
ascoltare e pieno di entusiasmo diceva:" Anch'io voglio andare fra
gli eremiti". Manifestò questo desiderio ma gli dissero:
"Ci sono i Cappuccini!".
C'era questa austerità
che adesso definiscono pazzia, definiscono crudeltà,
comunque
c'era questo stile, non bisogna condannare queste usanze del passato,
ma
pensare che se hanno dato tanti santi vuoi dire che vissute sul serio
portavano in orbita, era il carburante che ti lanciava in orbita. |
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Un impatto autentico tra l'ideale e la realtà della mia vocazione non c'è mai stato e non c'è, e il Signore bisogna che faccia un miracolo grosso, più grosso di quello della risurrezione di Lazzaro perché dia fuori questo impatto è una cosa troppo grande, troppo bella! L'ideale infinitamente grande: Gesù, ogni parola di Gesù, Gesù crocifisso, san Francesco, san Lorenzo, san Fedel da Sigmaringa, san Giuseppe da Leonessa, san Leopoldo, padre Pio, padre Mariano: che ideale! e che impatto rivivere e incarnare questo ideale. Quindi l'impatto non c'è mai stato. |
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I momenti
più belli sono stati quando, appena appena mi sono più impegnato a vivere il
mio ideale, e quando appena appena mi sono un po' incantante e addormentato
e allora le cose si sono fatte più
difficili, sì, sì. E certamente abbiamo
avuto tempi difficili: dopo l'ordinazione fui mandato qui per un anno a
Faenza coi seminaristi, dopo un anno fui mandato a Lugo coi seminartisti più
grandi, e dopo un
anno da Lugo fui passato a Ravenna dove pure avevamo un piccolo seminario e
c'era là padre Gesualdo era lì seminaristino a Ravenna. I momenti più belli
sono stati quando appena fatta un po' d'esperienza dell'ideale con Gesù,
nella lettura della vita dei nostri santi, col desiderio di rivivere i
nostri santi. Questo ripensare ogni volta
di voler essere di più
del Signore, e allora,
sono stato più contento: ecco: "Mio Dio, mio tutto" è vero, perché mettersi
nella strada come la
nostra, così bella e sublime e viverla appena, ecco cosa viene
fuori; viene fuori come se uno vuol fare
il corridore, quando la bici va' proprio spedito, deciso è in testa.
E allora ricordo, i momenti più belli sono stati quelli in cui ho sentito e
desiderato di vivere l'ideale di san Francesco e dei nostri santi. Mi ero
fatto il programma: san Francesco, tutti i nostri santi e l'Eucaristia; poi
i nostri santi e la devozione alla Madonna; i nostri santi
e l'umiltà,
e la povertà e l'obbedienza; ad esempio i proponimenti di san Fedele
da Sigmaringa
sull'obbedienza sono stupendi, stupendi, me li ero scritti tutti e,
scrivendo queste cose, non le scrivevo tanto per sport, me le scrivevo
proprio per sentirmi animato nella devozione alla Madonna, al Crocefisso, a
vivere l'ideale, ecco, questa tensione ad
essere più
perfetto c'è stata, questo desiderio
di conversione c'è stato e man mano che c'era ed era vissuto c'era in
me
una soddisfazione grande, una contentezza straordinaria in
proporzione, sia positivamente
che negativamente. L'esperienza che ho fatto nei sei mesi che ho passato in Terra Santa è stata bellissima; quattro mesi e mezzo li ho passati a Gerico con don Giuseppe Dossetti e i suoi Fratelli che la mattina alle 3 e mezzo, regolarissimi e puntualissimi cominciavano l'Ufficio Divino; io alle due, due e mezzo, ero già in piedi per prepararmi. Fu un'esperienza di preghiera bellissima, poi la Provvidenza mi catapultò da Gerico a Nazareth. Andai da Tiberiade a Nazereth a piedi, volevo fare l'esperienza del viaggiare di Gesù con gli apostoli di notte. A Nazareth stetti per 40 giorni all'ospedale dei Fatebenefratelli e anche lì fu una delizia: celebravo la messa la mattina per tutta la comunità e poi dopo ero sempre libero di rimanere in cappella o in ospedale: non avevo malinconia, non avevo nostalgia, ero sempre con il Signore. Ho imparato dai Fatebenefratelli ad apprezzare la Bibbia; lessi il libro di Magrassi "Bibbia e preghiera" impariamo a conoscere il cuore di Dio attraverso la parola di Dio. Ci interessa sapere tutto quello che la televisione dice, e non pensiamo che abbiamo Gesù in mezzo a noi nel tabernacolo, abbiamo la parola di Dio, non ci interessa, ma che roba! |
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Un bella conversione, incominciare ad amare veramente il Signore e portare a Lui tutte le anime della terra. Non sono ancora convertito. A Gerico ho scritto delle parole furibonde sulla conversione. Era la festa di san Gaetano da Thiene. Oh, ragazzi, mi sono scritto qui nella bibbia quelle parola là di san Gaetano, sacerdote 1480-1547: dopo una lunga lotta contro il senso d'indegnità che lo afferra, verme e fango in presenza del paradiso e della SS.Trinità. Con mani impure io oso trattare la luce del sole, il creatore del mondo, che profonda cecità! Penso sempre due cose che sarebbero di sollievo al mio dolore: allontanare la mano audace dal sacro altare, indegno di un'opera così grande o dispensatore di tesori divini come sono divenire così umile da poter compiere questa azione. Ricevo ogni giorno colui che dice: "impara da me che sono mite e umile di cuore" eppure non cesso di essere superbo, ricevo la fonte della luce e la via, odo dirgli "io sono la via" eppure non prendo la strada del cielo e la fuga dal mondo: arde nelle mie mani e nella mia bocca quel fuoco di cui fu scritto: "venne a mettere il fuoco sulla terra" tuttavia nel mio petto si fa sempre più duro il ghiaccio e la pigrizia. Ecco quanto scrisse san Gaetano. A Venezia, nell'ospedale degli incurabili e nella città di Venezia, sparse un gran fuoco dell'amor di Dio. Abbracciava i moribondi con tanta tenerezza che la morte prima e poi la sepoltura, dovevano strapparglieli a forza, li bagnava di lacrime, li riscaldava come il più tenero figlio, la maggior pena volendo servire totalmente tutti ognuno non pativa di dividersi in tanti. Tutti per ognuno, ognuno per tutti; in ognuno tutti, questo vorrei realizzare, volevo, mi sono proposto sempre, ma ... io sono contento quando porto questo sentimento nell'attualità, come dicevano le nostre Costituzioni a commento del V capitolo: "con attuale continuo intenso e puro desiderio servire il Signore". Ecco il più grande desiderio non ancora attuato, la conversione. Pregare con la preghiera e il cuore, celebrare rivivendo la passione del Signore, amare e incontrare le anime, sì, col cuore di Gesù. |
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Ero a Nazareth quando ricevetti un espresso in cui si diceva che i nostri confratelli padre Filippo, che era qui al Crocifisso da 31 anni, padre Graziano e padre Ivo, in viaggio verso la casa della Madonna erano rimasti uccisi in un incidente stradale in Jugoslavia. Ebbi un tuffo nel cuore, e mi convinsi che sarei venuto qui a Faenza a prendere il posto di padre Filippo. Quando tornai a casa, dopo sei mesi, eravamo nell'ottobre dell'80 a Roma e vidi un manifesto "Il Papa celebra in piazza san Pietro a conclusione del sinodo sulla famiglia". Vi andai, arrivai in piazza che il Papa stava parlando alla messa, arrivato alla consacrazione incominciò a piovigginare, arrivati alla comunione cominciò a piovere, fatta la comunione cominciò a diluviare, per cui abbandonammo la piazza e ci rifugiammo sotto il colonnato. Poi prendemmo il treno e tornammo a Bologna. A Bologna mi recai dal Provinciale a prendere l'Obbedienza e il padre Provinciale mi propose un po' imbarazzato di venire qui a Faenza, e già il mio cuore era disposto sicché lasciai Cesena e la sera del 18 ottobre 1980 venni qui a Faenza. Ha avuto molti dispiaceri? mi chiedevano, ma, si vede che ho il cuore di pietra, perché non ho sofferto per niente. Io dico sempre questa preghiera che ho imparato a Gerico: "Rapisci con la forza del tuo amore la mia mente e il mio cuore da tutte le povere cose, avvenimenti e luoghi e persone della terra; alla contemplazione di te o Padre con la mente di Gesù, a volere quello che vuoi tu, come, quando e finché lo vuoi tu, con la volontà di Gesù e della Madonna e di tutti i santi, ad amare col cuore di Gesù nello Spirito Santo fino a consumarmi e morire d'amore per Te come tu permetterai per ogni fratello della terra che fu, che è e sarà fino alla consumazione dei secoli". Ecco, con questo sentimento ho lasciato Cesena come non ci fossi mai stato e ho rinunciato a Lagrimone come non ci fossi mai andato. A Lagrimone ci sono andato per dieci anni tutti i mesi con l'autostop per vivere la povertà integrale al servizio della carità universale come san Francesco come io non l'ho vissuta. E il Signore mi ha tolto da quella realtà così grande e sublime ma non vissuta, e mi ha dirottato qui ai piedi del crocifisso; il padre Provinciale me lo propose ed io accettai: basta. E qui avrei bisogno di fare una grande esperienza, me la vado proponendo. Intanto desidero chiarire questo: qui c'è stato padre Filippo per 31 anni, io sono venuto mica con la pretesa di far meglio del padre Filippo, anzi, io so che padre Filippo aveva una fede che spostava le montagne e che ha servito i fratelli giorno e notte: tutte le sere usciva, tutto il giorno era qui a disposizione, quindi io ho preso un posto indegnissimamente, sì e non è che mi preferisca minimamente a lui, io preferisco lui e anche i miei confratelli, anzi in questi giorni che sono ammalato sono contento che vanno da loro che sono tanto bravi, però, io vorrei questo, e l'ho chiesto, ma l'ho chiesto poco, verrei chiederlo come insegna san Bonaventura "Nell'itinerario della mente in Dio" san Bonaventura insegna come tutti sono chiamati alla contemplazione statica, ogni uomo, ogni donna è chiamato alla realizzazione dell'esercizio della contemplazione mistica: non è un privilegio riservato a pochi, è un dono promesso a tutti, è questa la dolcezza mistica segretissima nessuno la conosce se non chi la riceve, nessuno la riceve se non chi la desidera, nessuna la desidera se non chi è infiammato fin nelle midolla del fuoco dello Spirito Santo. San Bonaventura lo concepisce alla Verna vedendo come san Francesco aveva vissuto l'ideale del crocifisso tutti i giorni nella mente e nel cuore, nello spirito di penitenza e di dedizione totale al Signore e ai fratelli, viene dal Signore premiato con le stimmate nelle mani e nei piedi e nel costato: un crocifisso stampato proprio. E allora san Bonaventura concepisce che ogni persona può e deve salire a questa vita sublime, se si mette a disposizione la può realizzare però occorre approfondire questa contemplazione e allora io chiedo qualche volta, e devo chiederlo sempre, contemplo qualche volta, e bisogna che impari a contemplare sempre, questa immagine stupenda di Gesù Crocifisso. Bisogna che diventi un contemplare questa immagine come la Madonna, come san Giovanni e le pie donne sul calvario, come san Francesco alla Verna, come il beato Bernardo da Corleone al quale dicevano: "Impara e leggere e scrivere, impara" e lui rispondeva: "No, no, mi basta il crocifisso: sto volentieri dove c'è una chiesa nostra e un bel crocifisso". Ecco così, vero, vorrei imparare a stare ai piedi del crocifisso a perorare la causa di ciascun anima, per me è gioia, non mi stanco mai a stare dalla mattina alla sera davanti al crocifisso, non perché io sia la persona più brava, la persona più umile, desidero solo aiutare le anime. |
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Prima di tutto è difficile oggi trovare un giovane che ti faccia questa domanda, c'è troppo sbandamento, c'è perversione, questi mass media hanno portato lontano dalle cose grandi e profonde, questa presenza di Dio in mezzo a noi: è adorabile il Verbo fatto carne in grembo a Maria; altrettanto il Verbo fatto parola nella scrittura e nel Vangelo: il Verbo di Dio fatto Eucaristia sull'altare. Se un giovane approfondisse appena e facesse un po' l'esperienza di queste realtà, gli verrebbe fuori questa fame e sete. Giovanni Bosco diceva che il 50% dei giovani ha la vocazione, ma adesso io direi che non ci siamo proprio, siamo troppo immersi nel materialismo, siamo secolarizzati, paganizzati, non c'è né capo né coda nella massa dei giovani, vederli fare le cose più banali e bruciare la propria esistenza. L'altro giorno venne qui un ragazzo di 17 anni: "Sono stomacato della vita", ma si capisce, quando non c'è né capo né coda secondo il piano del Signore, la vita che cosa è mai? E quindi avere il desiderio di consacrarsi al Signore: l'ho incontrato io in questi 5 anni un giovane che mi abbia fatto questa domanda? Mi pare proprio di no. Se trovassi un giovane che mi pone questa domanda gli direi: "Se tu ti senti, non puoi trovare niente di meglio nella vita che rinunciare a tutto per il Signore e seguire l'ideale di san Francesco che è valido oggi come era valido a quei tempi e trascinò dietro a sé una turba e fece tre famiglie stupende di santi. E oggi quanto più il mondo si è superficializzato, egoista e materialista, tanto più è valido l'ideale di san Francesco". |
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Io non merito nessunissimo apprezzamento da nessuno, però mi vogliono tutti un gran bene. I confratelli mi dovrebbero prendere a calci per trattarmi come merito, invece sono troppo buoni, troppo buoni; io ci sguazzo a pensare alle virtù dei miei confratelli, a Cesena mi sono compiaciuto a nel contemplare le virtù del mio padre Pacifico, del padre Quintiliano ecc. E qui a Faenza, come sono bravi! Prima c'era padre Claudio, così profondo, una biblioteca ambulante, adesso c'è padre Gianmaria che sa fare tutto anche il medico, ed è così caritatevole, il mio padre parroco, quanto zelo, com'è attivo, come cura i suoi giovani!, come coltiva la catechesi! Io non finisco mai di contemplarne le virtù. Il mio padre Marco che è così nel desiderio di aiutare i suoi giovani così lontani, come ci soffre, e allora io godo nel vedere che con il padre parroco sono un cuor solo e un'anima sola, guai se ci fosse una scissione, allora non si costruisce più, invece io cerco nel mio piccolo di tenere questa compattezza. I miei confratelli sono belli tutti: il mio Lorenzo che ha tenuto una relazione epistolare con Nenni e ha i suoi "seminaristi" là del carcere. Il mio Corrado che è qui e vive questi problemi vocazionali in maniera profonda, come papa Paolo VI, il papa Giovanni non era capace di star serio, papa Paolo VI viveva in maniera così drammatica questi problemi da non essere quasi capace di sorridere, e il nostro frate Corrado vive in maniera forte e lacerata queste cose negative, questa nostra superficialità. I miei fratelli mi vogliono troppo bene, mi sento di amarli ma sono troppo buoni con me. La gente ... troppo ... via, via. |
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Pregare: il fatto di stare con i fratelli che reggono i più piccini, la delizia il bambino Gesù; Lorenzo quando vedeva un piccolino in braccio alla mamma si commuoveva fino alle lacrime: che pregare davanti ai piccolini! Ecco questo vivere tutti i problemi delle mamme e delle famiglie, avvicinare le anime, ascoltare questi poveri anziani, questi caricati di sofferenza, il richiamare tutti all'amore infinito di Dio padre che ci ha mandato suo Figlio Gesù a morire sulla croce. Ma no, non vi fate handicappare dal malocchio! mettete a confronto le forze del male con quelle del bene. Le forze del male sono come una lucciola, le forze del bene sono come il sole: questo è il mio pregare, mentre avvicino le persone io mi sento felice quando prego lo Spirito Santo per ognuno e mi sento realizzato, non mi stanco. Mi dicono i confratelli: "Ma basta, mandali via", ma queste persone vengono da chissà dove, come posso mandarle indietro senza dire una parola buona! E alla sera devo star sveglio per pregare per tutti quelli che sono venuti durante il giorno - non ho bisogno di prendere le pillole per dormire - il mio problema è diverso, stare sveglio per pregare. Quando venni qui io chiesi: "Adesso dovrò benedire per tutti i giorni, datemi almeno la messa libera in modo che io possa celebrare per ognuno la mia santa messa: tutta per te. La messa non è una ciambellina se lo fosse siamo in due: metà per uno; siamo un milione ne viene un pezzettino che non si vede neanche. No la messa; ci da l'idea della messa il sole, il sole è tutto per ognuno: siamo due, siamo due milioni, siamo due miliardi, ognuno se ne prende quanto vuole e ne avanza sempre, non ce lo rubiamo." La santa messa è delizia tutta per il mio padre Claudio, per il mio padre Corrado tutta per ognuno è la santa messa e allora si sta bene dal Signore e poi celebrare ogni mattina regolarmente la santa messa sviluppando la liturgia della Parola, è una delizia, ma certo che avrei bisogno di convertirmi, cominciare a vivere la messa dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina con ognuno, quanta è una cosa grande! convertirsi alla santa messa, vivere il santo rosario.
Faenza, 20 novembre 1986 |