Le pagine
di "Vocazioni e provocazioni"

Padre Guglielmo: amico di S. P. Pio
Amarcord di un frate minore

intervista a fr. GUGLIELMO GATTIANI
a cura di fr. CORRADO CORAZZA

 

"Per me è una gioia, e non mi stanco mai a stare davanti al Crocifisso a perorare la causa di ciascun'anima;  ma avrei bisogno di convertirmi".

Fr. Guglielmo Gattiani è un Cappuccino bolognese: per 20 anni è stato Maestro dei Novizi e poi Padre Spirituale e Definitore provinciale. Dal 1982 risiede a Faenza e, ai piedi del Crocifisso miracoloso che parlò a fr. Battistone, trascorre quasi tutta la giornata a consolare, consigliare, confessare e benedire le numerose persone che vengono da ogni parte.
È un Cappuccino vecchio stampo: abito rappezzato, piedi nudi, volto incavato, barba lunga e incolta. Austerissimo e rigido con se stesso, umano e comprensivo con gli altri: giudica se stesso "poverino" e peccatore, e gli altri tutti "angiolini".
Sono riuscito a intervistarlo, perché era costretto a stare riguardato per una noiosissima bronchite. Pubblichiamo qualche stralcio della lunga conversazione.
Come è nata la tua vocazione?

Avevo circa otto anni: stavamo per metterci a tavola con i miei genitori, mio fratello e i nonni. Il papa mi disse: "Ti, purìn, t'avrese una carne fratina". Penso volesse dire che, avendo io poca voglia di lavorare, forse facevo bene a farmi frate: buffa, no? È stato questo il mio primo rapporto con i frati. Qualche volta andavo a Porretta, e lì incontravo qualche frate, mentre papà faceva le spese per la nostra botteghina di Badi. Ricordo che venne poi cappellano a Badi don Pio Mazzetti, un sacerdote ordinato a Bologna insieme con il nostro padre Bernardino da S. Agata Felina: manifestai a lui l'idea di farmi frate, e la prese in considerazione.
Mi dicevano molte cose buffe sui frati: per esempio, che tiravano su l'acqua con un cesto; ma ricordo bene che, più me ne dicevano contro, più l'idea di farmi frate mi si radicava nel cuore. Allora don Pio parlò con i miei genitori: "Può andare nei frati di san Francesco, oppure di sant'Antonio, oppure di san Giuseppe". Don Pio era amico del nostro p. Bernardino, e la scelta fu per i frati di san Giuseppe. Manifestai intenzione anche a mio cugino Primo, e lui mi disse: "Andiamo insieme ".
Un pomeriggio di fine settembre partimmo in treno col p. Diego per Faenza: arrivammo a sera inoltrata. Entrammo in refettorio mentre stavano cenando e ricordo tutta una cosa strampalata: tra Padri e ragazzi erano circa una ventina. Baciata la terra, mi infilarono fra i più giovani, e iniziò così il primo anno di seminario tra tanta gioia, con il severo p. Cherubino e il simpaticissimo p. Federico, che ti dava degli scapaccioni solenni; ma cantava, suonava, ed era sempre molto cordiale. È stato un anno pieno di gioia, lo non sapevo che cosa significasse farsi frate, ma in seminario ci stavo molto bene.
Passato l'esame, fui mandato a Imola, nel 1926, ch'era il VII centenario della morte di San Francesco. Le tre Famiglie Francescane erano in gara a chi faceva le feste più grandi. Si studiava, si pregava, si giocava, si facevano commedie.
Le commedie: che avvenimento! Padre Marco era fantastico, e anche mio cugino Primo era molto bravo a fare le commedie. Io non valevo una cicca, ma avevo una voce discreta e, quando mettemmo in scena "I diavoletti ", mi fecero fare la parte principale.
Pregando, studiando e giocando, si andava avanti. Non era chiara la vocazione, ma c'era un grande
entusiasmo e un grande desiderio di essere perseveranti.
Arrivammo così in Noviziato: a Cesena vestii l'abito da cappuccino. Abito nuovo, nome nuovo, vita nuova.
"Che nome vuoi?" Mi piaceva Paolo, ma e 'era già; mi diedero il nome di Guglielmo. Mi ricordava il grande cardinale Guglielmo Massaia, e lo presi volentieri, con entusiasmo: mi è sempre piaciuto l'ideale missionario. Il padre Maestro mi diede il primo libro da leggere: era intitolato "Barbarie e trionfi", e parlava dei primi martiri francescani.
Su ogni porta delle celle c'era una sentenza, e io chiesi al p Natale di darmele per un pò: avevo tanta voglia di impararle tutte a memoria. La cella era piccola piccola: il letto, un tavolino di pochi palmi, incerata come vetri, senza lampadina. C'era poco da leggere e da studiare la sera: alla luce della luna ripassavo e imparavo a memoria tutte quelle sentenze. Ne ricordo una: "Vale più conoscere se stessi che tutti gli enigmi della natura". Ho sempre avuto fame e sete di imparare.
Il noviziato fu bello, nonostante l'inverno rigidissimo e le crepe sanguinanti nei piedi: la sera andavamo a scaldarci giù nello scaldatelo; si bruciava un cestino di "cannarelli": tutti attorno, si allungava un piede e si teneva un pò lì sulla fiamma, poi si passava all'altro, pregando per i benefattori. Eravamo molto contenti, e non si vedeva l'ora di arrivare alla professione.Fatta la prima professione il 17 novembre 1930, passammo da Cesena a Lugo, dove era Direttore il famoso p. Leonardo, che ci ha fatto innamorare dell'ideale francescano cappuccino. Aveva sempre nuove iniziative e non permetteva che ci ingolfassimo né spiritualmente né umanamente. Ci alzavamo tutte le notti per l'Ufficio Divino. Le mortificazioni, le vigilie dei nostri Santi e Beati fatte mangiando in ginocchio, le flagellazioni, i digiuni, le quaresime: tutte cose che facevamo volentieri, pensando che anche san Francesco aveva fatto così, e noi, piccolini, cercavamo di seguire le sue orme.

Quando si è definitivamente chiarita la tua vocazione?

La nostra vita era molto attaccata alla tradizione cappuccina, basata sulla fedeltà assoluta alla Regola. Per chi segue l'ideale con amore, tutto è importante: anche le cose più piccole diventano grandi. Si studiava la Regola, si cercava di viverla, e così si chiariva gradualmente la propria vocazione. Io sono sempre stato poverino, però il mio attaccamento alla vita cappuccina non ha mai conosciuto vacillamenti; la mia fedeltà è stata sempre superficiale, ma l'amore alla vocazione è sempre cresciuto.
Ho letto e meditato le vite dei nostri
Santi e Beati. San Serafino da Montegranaro, per esempio, come ha fatto a diventare santo? Non sapeva fare una "o" neanche con un bicchiere e domandò di entrare nei cappuccini. "Che cosa sai fare? - gli chiesero -. Sai fare questo?" "No". "E quest'altro?" "No". "Ma allora non sai fare niente?". "Ma io so la corona e il crocifìsso, e con queste due cose spero di arrivare a farmi santo ". Leggevo le vite di questi santi, e mi commuovevo e mi entusiasmavo e volevo convertirmi.

Arrivammo a Bologna: che
entusiasmo arrivare in Teologia! Mi piaceva molto, perché mi tuffava nel Signore. L'8 dicembre 1935 feci la professione solenne, e misi la mia vocazione sotto la protezione della santa madre Maria Immacolata. Il p. Leonardo mi mandò un santino con delle parole molto importanti, e che ho sempre ricordato. Pochi mesi fa, in occasione del 50° di professione religiosa, alcune persone hanno voluto fare un ricordino: ho scelto l'immagine del crocifìsso e ho riportato le  parole che mi scrisse il p. Leonardo:
"Niente
altro desidero, niente altro voglio e imploro con Maria santissima, San Francesco e tutti i santi a gloria di Dio per te: prega per me, perché finalmente incominci a vivere da vero consacrato questo mio ineffabile e divino ideale della croce. In Gesù crocifisso è la salute, nella croce è la vita, nella croce è la difesa dai nemici, nella croce è l'infusione delle celesti dolcezze, nella croce è la potenza del pensiero, nella croce il gaudio dello spirito, nella croce tutte le virtù, nella croce la perfezione della sanità".

Sono venuto via da Badi nel 1924
e vi sono ritornato per la prima volta nel 1938, per cantare la prima Messa, il 26 maggio. Ricordo l'intensa preparazione all'Ordinazione per essere il meno indegno possibile dell'ideale: presi una lunga striscia di carta e vi segnai 100 giorni dall'Ordinazione sacerdotale. Vivevo le parole di papa Giovanni: "Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni finché giungiamo alla sapienza del cuore". Desideravo ardentemente di convenirmi all'ideale francescano e sacerdotale, per essere totalmente del Signore e portare a Lui tutti i fratelli.

Quali sono stati i momenti più belli e quelli più difficili della tua lunga esperienza?

 

I momenti più belli sono stati quando mi sono più impegnato a vivere il mio ideale; quando invece mi sono un pò incantato e addormentato, allora le cose si son fatte più difficili. La tensione ad essere più perfetto c'è stata, il desiderio di conversione c'è stato, e più mi sforzavo in questa direzione, più sentivo in me una contentezza straordinaria. La parola "conversione" mi è sempre fiorita sulle labbra e nel cuore; ma invano purtroppo. Ho sempre desiderato e desidero ancora convenirmi, ma non ho la decisione necessaria che richiede una coerenza profonda e totale.

Gesù è vivo in mezzo a noi: questo è il paradiso in terra, è il paradiso a nostra disposizione. Perdere tempo alla televisione è proprio tempo perso: è tutta cianfrusaglia. Abbiamo Gesù in mezzo a noi: questa è la cosa infinitamente grande e bella che bisognerebbe approfondire.

L'esperienza che ho fatto nei mesi che ho passato in Terra Santa è stata bellissima. Quattro mesi e mezzo li ho passati a Gerico con don Giuseppe Dossetti e i suoi Fratelli, che la mattina alle tre e mezzo, regolarissimi e puntualissimi cominciavano l'Ufficio Divino, lo alle due ero già in piedi per prepararmi. Poi la Provvidenza mi ha catapultato a Nazaret, all'ospedale dei Fatebenefratelli, e anche lì è stata una delizia: al mattino celebravo la Messa per la comunità, poi ero libero di rimanere in cappella o in ospedale. Non avevo malinconia, non avevo nostalgia, ero sempre con il Signore.

Il più grande desiderio che ho è quello di convenirmi, di incominciare ad amare veramente il Signore e portare a Lui tutte le anime della terra: amare Dio e i fratelli, come ha fatto Gesù.

Come vivi le tue giornate nella chiesa del Crocifisso?

Ero a Nazaret quando ebbi la notizia della morte dei padri Filippo, Graziano e Ivo: ebbi un tuffo al cuore, e mi convinsi che sarei venuto qui a Faenza, a prendere il posto del p. Filippo. Ripeto spesso la preghiera: "Signore, rapisci con la forza del tuo amore la mia mente e il mio cuore da tutte le povere cose, avvenimenti, luoghi e persone della terra, per volere sempre quello che vuoi tu, come, quando e finché lo vuoi tu". Non ho fatto fatica a lasciare né Cesena né Lagrimone. A Lagrimone ci sono andato per dieci anni tutti i mesi in autostop, per vivere la povertà integrale al servizio della carità universale, ed è stata un 'esperienza sublime; poi il Signore mi ha dirottato qui, ai piedi del Crocifisso.
Il p. Filippo è stato qui per 31 anni: aveva una fede che trasportava le montagne, e ha servito i fratelli giorno e notte. Molto indegnamente io ho preso il suo posto. Qui io avrei bisogno di fare una grande esperienza, quella della contemplazione, che non è un privilegio riservato a pochi, ma un dono promesso a tutti. Io contemplo qualche volta, ma bisogna che impari a contemplare sempre questa immagine stupenda di Gesù crocifisso. Voglio imparare a stare ai piedi del Crocifìsso, a perorare la causa di ciascun 'anima: per me è una gioia, e non mi stanco mai a stare qui dalla mattina alla sera davanti al Crocifisso.
È qui che vivo i problemi delle
persone e delle famiglie, accolgo e cerco di alleviare la sofferenza di tante persone e ricordo a tutti l'amore del Padre che ci ha dato il suo Figlio, Gesù crocifisso. Ripeto che non bisogna farsi handicappare dal malocchio e che le forze del male sono come una lucciola, mentre le forze del bene sono come il sole. Avvicinando le persone, mi sento felice; pregando lo Spirito Santo per ognuno di loro, mi sento realizzato; e alla sera sento il bisogno di star sveglio, per pregare per tutti quelli che sono venuti durante il giorno.

Certo, oggi è difficile che un giovane chieda di farsi frate, San Giovanni Bosco diceva che il 50% dei giovani ha la vocazione; ma purtroppo oggi i giovani sono troppo distratti da bagatelle di poco conto. Se trovassi un giovane che mi chiedesse di farsi frate, gli direi: "Se tu ti senti, non puoi trovare niente di meglio nella vita che rinunciare a tutto per il Signore e seguire l'ideale di san Francesco".

dal foglio Vocazioni e Provocazioni

 

La vocazione non è teoria, è vita. E le testimonianze sarebbero tante, e spesso tanto diverse. Qui diamo voce a quella di fr. Guglielmo, Cappuccino che passa la vita a pregare, a dare perdono e fiducia alla gente, ai piedi del Crocifisso in Faenza.